Abbiamo bisogno della tua maglietta

Abbiamo bisogno della tua maglietta per lottare contro “la maggior sfida per l’umanità”.

Come può essere che un vestito costi meno di un panino? Chi paga il vero costo?
Al basso costo per il consumatore corrisponde un prezzo altissimo per l’umanità.

“NON ESISTE ALTERNATIVA”

La sintesi fatta dai 250 scienziati che per conto dell’ONU hanno redatto la valutazione dello stato dell’ambiente, e delle conseguenze che le sue alterazioni porteranno all’umanità, è molto semplice: “non esiste alternativa”. Evitare l’uso di fonti fossili – come carbone o petrolio e derivati – per la produzione di energia elettrica, e tagliare drasticamente l’abuso di risorse naturali (oltre il 50% delle quali diventa rifiuto) sono tra le massime priorità. Sarà complicato farlo, ma la ricetta è semplice da capire.

PERCHÉ QUESTO RIGUARDA I MIEI VESTITI?

Torniamo a un anno fa. Il 1° marzo 2018 le Nazioni Unite hanno organizzato a Ginevra la conferenza “La Moda e lo Sviluppo Sostenibile”. Il motivo è evidente: tra le cose da fare con urgenza per evitare il disastro ambientale c’è anche il cambiare il modo di vestirci. Un’esagerazione? L’industria dell’abbigliamento immette nell’atmosfera più anidride carbonica (il gas maggiormente responsabile del cambiamento climatico) di quella prodotta dalla somma di tutti i voli aerei e navigazioni marittime, cioè il 10% del totale mondiale. Il 20% dei rifiuti che contaminano le acque proviene dalle fabbriche tessili, che costituiscono la seconda attività umana per consumo idrico: servono 10.000 litri d’acqua (quanto un uomo beve in 10 anni) per fare 1 kg di cotone, col quale puoi realizzare due paia di jeans. Al mondo ne vengono prodotti 2 miliardi ogni anno (300 milioni solo nella provincia cinese di Xintang).

L’industria della moda è il più grande inquinatore dei mari, grazie al fatto che il 62% di tutti i tessuti che utilizza sono fibre sintetiche (poliestere, nylon, acrilico) che nei lavaggi rilasciano particelle che finiscono negli scarichi. La principale materia prima naturale usata dall’industria tessile è il cotone, per la cui produzione si impiega l’11% di tutti i pesticidi ed il 24% di insetticidi usati in agricoltura (nonostante che il cotone occupi il 3% del territorio agricolo mondiale).

Negli Stati Uniti ogni anno l’85% dei vestiti dismessi finisce in discarica, per un totale di 10,5 milioni di tonnellate all’anno; in Europa arriviamo a 5,8 milioni di tonnellate, 92 milioni in tutto il mondo, dei quali – secondo le stime dell’ONU – solo l’1% viene riciclato, mentre l’85% finisce in discarica, occupando il 5-6% delle discariche mondiali, con tessuti in gran parte non in grado di degradarsi correttamente. E – per completare il quadro – secondo uno studio della Commissione Europea il 7-8% di tutte le patologie dermatologiche sarebbe dovuto a ciò che indossiamo, come conseguenza del fatto che un quarto di tutte le sostanze chimiche prodotte nel mondo sono utilizzate per fare vestiti.

NON È IL DESTINO. È LA FAST FASHION! E LA FACCIAMO NOI…

Questa situazione non è dovuta al destino, o al “naturale corso delle cose”. Al contrario, costituisce il principale esempio mondiale di come le abitudini di consumo delle persone sono condizionate dagli obiettivi di profitto del settore produttivo. Ciò che oggi chiamiamo Fast Fashion (Moda Veloce) è stata pianificata nei piani alti di certa industria tessile, con l’obiettivo di aumentare i loro profitti. Come? Moltiplicando la frequenza degli acquisti di vestiti da parte dei consumatori.

Ogni dettaglio è stato studiato. Ma solo se riguardava strettamente questo obiettivo. Nessuno si è preoccupato di valutare l’impatto ambientale. Tanto della sostenibilità se ne sarebbero occupate le generazioni future. Cioè noi, e soprattutto i nostri figli.

L’obiettivo di passare da due o quattro collezioni di moda all’anno (primavera/estate – autunno/inverno) a 52 micro-stagioni (ogni settimana una linea diversa di vestiti) è stato raggiunto, aumentando al massimo le potenzialità produttive, diminuendo i costi dei prodotti, stimolando il desiderio dei consumatori di vestirsi con prodotti nuovi, e programmando la loro obsolescenza sia offrendo continuamente nuovi modelli, sia con la loro bassa qualità e veloce usura.

In Inghilterra mentre tra il 1995 e il 2014 il prezzo delle merci è mediamente aumentato del 49%, quello del vestiario è diminuito del 53%. Un risultato raggiunto anche grazie ai miseri salari pagati ai lavoratori: in Bangladesh (secondo esportatore mondiale di abbigliamento, e tra i paesi di maggiore emigrazione verso l’Europa) un lavoratore del comparto tessile guadagna tra gli 84 (appena assunto) e i 190 (al massimo livello) dollari al mese, cifre raggiunte il 1° dicembre 2018 dopo dure lotte, licenziamenti e otto giorni di scioperi.

La Fast Fashion ha anche diminuito il costo della materia prima, ma a discapito di qualità e salute: non è un caso se dal 2007 il poliestere è diventato la fibra più diffusa per l’abbigliamento. Un crollo dei prezzi che ha conquistato folle di consumatori, innescando un meccanismo infernale. Il risultato è spettacolare: in 15 anni (2000-2015) la produzione mondiale di abbigliamento è più che raddoppiata, mentre la loro durata si è dimezzata, e l’utilizzo medio dei vestiti prima di essere dismessi è diminuito del 36%.

In questo modo nel 2014 siamo arrivati a produrre oltre 100 miliardi di capi di abbigliamento all’anno, per vestire (in modo diseguale) 7,3 miliardi di persone.

La continua evoluzione ed il basso prezzo dei capi d’abbigliamento incoraggiano i consumatori a comprare di più, senza preoccuparsi della qualità di ciò che comprano. L’Agenzia di Protezione Ambientale degli Stati Uniti – dove si compra il 400% di vestiti in più rispetto a vent’anni fa – stima che il 48% di noi getta vestiti ancora perfettamente utilizzabili. In Germania il consumatore medio acquista il 60% di abiti in più ogni anno. Solo negli Stati Uniti annualmente si vendono 480 milioni di jeans. Di conseguenza, i vestiti in eccesso e quelli fuori moda tendono a finire nelle discariche. E la richiesta di fibre tessili cresce ogni anno del 3-4%: entro il 2020 dovrebbe superare i 100 milioni di tonnellate, portando alle stelle la domanda di quelle a basso costo, in gran parte non biodegradabili. Se il consumo continua così, entro il 2050 l’industria tessile avrà bisogno di tre volte più risorse naturali rispetto a ciò che ha utilizzato nel 2000.

Peccato che non abbiamo un altro pianeta da sfruttare, o dove migrare…

Solo apparentemente la Fast Fashion è sinonimo di vestiti economici, comportando invece un enorme costo umano, sociale ed ambientale. L’alternativa c’è.
Ogni volta che compriamo un vestito, votiamo, scegliamo, decidiamo per noi e per altri. Pensaci.

RIVESTITI: PER QUESTO ABBIAMO FATTO TERRA EQUA!